Ageismo: una discriminazione del nostro tempo

“Aspetta, non hai ancora l’età giusta.”, la mamma alla figlia adolescente. “I figli si fanno finché si è giovani.” si replica ad una donna di quaranta che vuole un figlio. “I vecchi ormai sono solo un peso per lo Stato e le famiglie”. Insomma “Non ho l’età per amarti”, cantava Gigliola Cinguetti. Chissà se tu che leggi sai ancora chi è, o magari sei troppo giovane per saperlo.

Quante volte, seppure in contesti diversi, abbiamo sentito frasi simili a queste. Spesso a metà tra battuta ad effetto, cliché o modi di dire radicati nella nostra lingua. Forse poche volte ci siamo resi conto in maniera cosciente della discriminazione celata dietro quelle affermazioni, proprio perché culturalmente e socialmente “accettabili” da non destare alcun sospetto.

La discriminazione parte dal linguaggio

La questione dell’età è una tematica ancora poco affrontata con l’importanza che invece meriterebbe. Robert Neil Buttler, medico e psichiatra statunitense, usa il termine “ageism” per la prima volta nel 1969. Il tema esiste da tempo ma risulta difficile individuarlo nel modo in cui comunichiamo. Le parole sono importanti tanto da modellare la nostra società e plasmarne abitudini.

Come ci spiega Nicola Palmarini, direttore del UK’s National Innovation Center for Ageing, l’ “ageismo” è quella pratica molto ben celata di discriminazione di un gruppo di età verso un altro gruppo di età. Una forma di discriminazione che mette tutti sullo stesso livello a prescindere dalla lingua, colore della pelle, estrazione sociale. I pregiudizi sono legati all’età dell’individuo con riferimento all’anno di nascita.

L'età è anche una questione di marketing

Pensiamo a come per comodità e motivi di studio la società viene divisa in gruppi per età. Si parla dei Boomer, dei Millennials, della Generazione Y e via dicendo. Anche le imprese comunicano e si posizionano in relazione a cluster di consumatori, rivolgendosi spesso e preferibilmente alle fasce più giovani, che spesso non hanno il potere d’acquisto che le aziende spererebbero di trovare. Ma la tematica dell’ageismo va ben al di là di semplificazioni per comodità commerciali e di marketing. L’ageismo discrimina le persone che fanno conti con sentimenti come la tristezza e un senso di inutilità, esclusione sociale e resistenze in campo personale e lavorativo. Abbiamo raccolto alcune riflessioni sugli aspetti che rendono l’ageismo la discriminazione più frequente, persistente, normalizzata e socialmente accettata.

Lo sapevi che:

La Commissione Europea che ha  finanziato diversi progetti come Elderly stereotypes che studia il contesto culturale, socio-economico e politico alla base della discriminazione legata all’età, per cogliere le dinamiche del problema e fornisce alcuni strumenti per contrastare questo fenomeno.

Troppo vecchi

Si parte dagli anziani. Si tende a vittimizzarli dandogli meno attenzioni e cure, e quindi una minore qualità di vita, perché “tanto sono vecchi”. Si tratta dell’ultima categoria di persone delle quali prendersi cura perché un peso sociale, per lo Stato, per le famiglie. Essendo il passato e non il futuro della società, passano in secondo piano, finiscono nel dimenticatoio, non hanno prospettive di vita lunghe, sembra quasi uno spreco di energie curarsene.

Né giovani né vecchi

Le discriminazioni di età però non riguardano solo gli anziani, anagraficamente in avanti con l’età. Verso i trenta, quarant’anni, si assiste ad un fenomeno interessante secondo il quale per la società non si è “né giovani né vecchi”. In relazione al mondo del lavoro, si assiste alle discriminazioni nei confronti dei giovani neolaureati, scartati a priori perché con poca esperienza, e a quelle verso professionisti dai trenta in su, qualificati ma più costosi per il mercato del lavoro al punto da preferire le nuove leve, non perché nuove, ma perché “economiche”.

Quasi vecchi

Abbiamo un rapporto ambivalente con la seniority professionale anche dopo i 40 anni. Da una parte si stima l’esperienza, dall’altra si fatica a trovare un atteggiamento aperto all’innovazione, alla tecnologia o a nuovi modi di pensare.  Questa difficoltà di “accettare la vecchiaia” si sedimenta in pratiche sociali, linguistiche, lavorative e manageriali. Si comincia con la difficoltà di venir assunti dopo i 45 anni, per continuare col fatto che, a partire dai 60, si possono subire truffe, abusi finanziari, fisici e psicologici. Di fatto si diventa anziani con pratiche subdole di “pre-pensionamento” di competenze, conoscenze ed esperienza, tra graduale declino fisico e cognitivo.

Non c'è innovazione se c'è discriminazione

L’Ageismo è quindi l’incontro intergenerazionale che diventa scontro di età, con l’esaltazione della gioventù. Verso i 50 anni si diventa più invisibili e sempre meno interessanti, per poi essere abbandonati a sé stessi una volta anziani.

Fare innovazione in questo senso, significa distaccarsi dall’idea che competenze e utilità sociale siano legate necessariamente a un fattore anagrafico.

Francesca Romana Cordella
Content Creator Rinascita Digitale

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% Commenti (3)

[…] proposito di equità, la telemedicina non crede nel concetto di ageismo, quanto piuttosto a quello di fragilità. “L’ageismo in ambito medico non esiste, esiste il […]

Pensavo di essere pazza io. E invece questa discriminazione esiste, è subdola, spesso anche fatta senza malizia…ma diavolo, quanto pesa! Più cerco di vivere libera e senza condizionamenti, più subisco questa discriminazione. E non ho idea di cosa la società possa fare (o cosa noi possiamo fare) per liberarcene, visto che sta praticamente ovunque, in ogni ambito della vita, e ognuno ci marcia a volontà. Come se davvero l’anno di nascita fosse così importante e predominante da dover condizionare tutto ciò che siamo e facciamo. Assurdo.

Ciao Valentina, grazie del tuo commento. Ho notato che è un argomento che ti sta particolarmente a cuore e che secondo me è anche poco conosciuto. Forse si vive l’età come una discriminante mai dichiarata e dichiarabile che colpisce giovani e meno giovani indistintamente. Dal mio punto di vista credo ci voglia la consapevolezza che in molti casi il tempo e l’esperienza sono strettamente collegati e facciano la differenza in molti ambiti; dall’altra che questo non è un meccanismo scontato e che quindi non si può sempre ragionare per stereotipi solo perché ci fa comodo, visto che semplificano la realtà, che a voler ben vedere è molto lontana dall’essere semplice.

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