Essere o non essere? Riflessioni sull’identità

Lo slancio della globalizzazione e della rivoluzione digitale, ci avevano abituati a un’apertura e a un avvicinamento che però hanno subito una battuta d’arresto negli ultimi anni. Oggi occorre rivedere il significato della parola identità, legata ai concetti di cittadinanza, alterità e inclusione.

Noi lo abbiamo fatto, cercando di focalizzarci sui trend del nostro Paese, attraverso le parole di Isabella Corvino, docente presso l’Università Sapienza di Roma e ricercatrice esperta nei processi migratori.

Identità come espressione soggettiva e sociale

L’identità può essere definita come il risultato di un processo continuo di meccanismi che lavorano a livello psicologico, per restituire un’immagine coerente e propria di un gruppo sociale.

In realtà è difficile racchiudere l’essere umano in un’idea prestabilita di identità. Il contatto con l’altro ci spinge ad assimilare nuovi linguaggi, nuovi modi di percepire e di vivere in linea con una costante evoluzione, condizionata dai molteplici fattori esterni.

Cosa succede, però, quando siamo davanti a qualcuno di diverso da noi?

Il fenomeno dell'individualismo

La prima reazione è mettersi sulla difensiva partendo dal presupposto che solo un modo di essere e di esprimere la propria identità possa essere corretto e degno di avere dei diritti.

In questo modo si pone di fatto un limite sul riconoscimento del prossimo dettato probabilmente da una radicata idea individualistica dell’uomo moderno: solo, indipendente, capace di superare ostacoli e limiti, ergendosi sugli altri.

I diversi approcci di vita individualistici si traducono in svariate identità possibili, rendendo però anche più difficile la ricerca di un’identità propria, che viene infine ricercata nel gruppo sociale e nel territorio in cui viviamo.

Quale identità per lo straniero?

Alla ricerca di una propria identità e al riconoscimento dell’identità del prossimo si lega anche il tema, molto complesso e controverso, dello straniero.

Nella nostra società tendiamo a mostrare molta più diffidenza verso lo straniero e l’immigrato in difficoltà, povero e bisognoso di sostegno, mentre vediamo i nostri connazionali che espatriano all’estero per vivere e lavorare come pionieri e conquistatori.

Questo criterio è probabilmente mosso dalla politica stessa degli Stati che rispettano la volontà di emigrare, ma, allo stesso tempo, sono restrittivi sull’immigrazione entro i propri confini, arrivando anche a innescare nella popolazione locale un senso di violazione e di illegalità.

Senza il riconoscimento dello status di cittadino, l’individuo inserito in una determinata comunità sociale e territoriale resta uno “straniero” che partecipa attivamente alla vita sociale, osserva i suoi doveri, ma non gode di tutti i diritti, come ad esempio votare, essere eletto, uscire e rientrare nel paese liberamente.

Cittadinanza: identità e appartenenza

L’appartenenza a un determinato territorio o comunità si identifica spesso con il concetto di cittadinanza, termine che specifica la connessione tra un individuo e lo Stato e, a livello giuridico, coincide con la totalità dei diritti civili, sociali e politici.

In realtà, pur essendo nata per abbattere le disuguaglianze tra cittadini nativi e stranieri, la cittadinanza segna delle differenze in termini di potere, legittimazione e ridistribuzione delle risorse.

L’assegnazione della cittadinanza avviene, infatti, secondo due criteri principali: la discendenza di sangue, ad esempio in Italia, o la nascita entro i confini dello Stato.

Ma questo sistema legislativo ammette una condotta pregiudizievole per cui chi non rientra in determinate categorie non possa appartenere alla collettività con cui vive e interagisce.

Come si può superare l'alterità?

La difesa dei propri diritti prevede davvero l’eliminazione della diversità e il rifiuto di un’identità considerata estranea? Dobbiamo pensare alla mancanza di eterogeneità come un impoverimento culturale?

Superare l’alterità è possibile, ma bisogna prima di tutto abbandonare a livello umano queste percezioni negative e cercare di trovare un motivo di appartenenza che sia diverso dal riconoscimento dell’identità.

Per articolare processi sani di inclusione è necessario iniziare a parlare di integrazione come di una spinta attiva di fiducia, solidarietà e accoglienza.

Includere la differenza

Anche il significato di differenza deve essere rielaborato, perché non sia basato sulla disuguaglianza, bensì sia incentrato sul culto delle proprie particolarità e caratteristiche come visione di un’unicità speciale e proficua.

Il passo successivo è poi quello di favorire politiche di inclusione che semplifichino l’ingresso nel paese e nel mercato del lavoro e non permettano una svalutazione dello straniero come persona senza capacità e potenzialità, adatta solo a certi tipi di occupazioni ed etichettata solo dal possesso o meno della cittadinanza.

Anna Maria Bagnasco
Content Creator Rinascita Digitale

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