Hai mai raccontato i tuoi difetti?

Nel mondo del lavoro, si sa, dobbiamo presentare la versione migliore di noi, impeccabile e infallibile.
I difetti sembrano quasi un taboo. Ma è proprio così? Proviamo a scoprirne di più.

Il candidato perfetto

Su Linkedin o durante un colloquio, hai mai raccontato i tuoi difetti? No, quando il recruiter ti ha chiesto (sì purtroppo c’è ancora chi continua a farlo) di elencare tre pregi e tre difetti non vale nel conteggio.

La domanda è diversa, quando ti racconti agli altri dici proprio tutto di te? O tendi a nascondere i tuoi “punti deboli”? Sapersi raccontare in modo efficace non vuol dire presentare una versione perfetta – e non realistica – di sé stessi. Perché parlare della propria persona in modo onesto può essere la chiave per distinguersi.

Lo dimostra la ricerca dello psicologo Adam Grant.
Grant riporta come alcuni studenti di Harvard, alla richiesta di parlare dei propri difetti per un presunto colloquio, solo in minima parte rispondessero in modo onesto. La maggioranza infatti raccontava dei finti difetti, mettendo in evidenza al contrario elementi universalmente riconosciuti come positivi. (Sono troppo gentile, troppo altruista…)

Eppure gli incaricati ad esaminare le risposte hanno mostrato maggiore interesse per la minoranza di descrizioni che riportavano, in modo trasparente, anche dei difetti personali.

Avere delle debolezze non è una vergogna, come spesso siamo abituati a pensare. Possono essere al contrario, una particolarità – del tutto umana – che ci fa distinguere dagli altri.

Immagina un candidato che racconti di aver scoperto da giovane la sua passione per la grafica in modo particolare. Sbadato come sempre aveva perso il portafoglio nei pressi di uno studio ed era stato richiamato dal proprietario a recuperarlo. E appena entrato lì, l’illuminazione!

Questo racconto ha tutte le caratteristiche per fissarsi nella mente del recruiter (e ovviamente ricordare il candidato) perché?

  • è onesta
  • a tutti piacciono le storie
  • l’aneddoto del candidato “sbadato” è particole ed è facile che rimanga impresso nella memoria

Partecipare come umani

Essere sinceri non è solo un fatto di parole.
In tutti i progetti che intraprendiamo se portiamo la nostra persona, la nostra umanità senza filtri possiamo generare valore.

Lo ha dimostrato il progetto del CSV di Verona “Cercasi umani”, che ha ricercato volontari in modo del tutto inaspettato e fuori dagli schemi.

Cercasi pigri, invidiosi, polemici, timidi recitano gli annunci che hanno riscosso un seguito incredibile. Dimostrando che tutti i nostri “difetti” sono parte integrante della nostra persona e in qualsiasi progetto decidiamo di partecipare, non vale la pena lasciarli a casa.

Perché fanno parte del nostro carattere, della nostra diversità che, unita a quella di tutte le altre persone, non può che arricchirci.

“Bisogna insegnare a non essere come tutti, ma essere ciascuno sé stesso ed avere il coraggio di portare la propria diversità”. Bianca Borriello

L’employability oltre la giacca e la cravatta

Hai mai considerato il volontariato come esperienza per arricchire il tuo profilo professionale?

Sapevi che i dati più recenti mostrano come in Inghilterra chi intraprende un percorso di volontariato ha il 47% di probabilità in più di trovare lavoro e, negli Stati Uniti, il 27% in più?

Questo perché prestare volontariato può aiutarti a fare rete e a relazionarti, a scoprire nuove abilità, mettendoti in gioco e ricoprendo ruoli di responsabilità. Tutte competenze che – anche in Italia – non passano inosservate agli occhi dei recruiter (almeno nel 41% dei casi!).

Giulia D’Innocenti
Content Creator Rinascita Digitale

Se questo contenuto ti è piaciuto, partecipa al nostro appuntamento settimanale di Good Morning Doers dedicato al tema Employability in diretta ogni venerdì dalle 9:30

Leave a comment

4 × tre =