Quando rinascere fa rima con opportunità

Quando rinascere fa rima con opportunità storie di rinascita digitale

Tanto per cominciare, ho iniziato a “picchiarmi” con il mondo e con la vita già a pochi minuti dalla mia nascita.

Sì, perché sono nato prematuro di sei mesi e mezzo. Il mio peso è calato sotto il chilo e ho avuto una infezione alla gamba per cui sono stato operato immediatamente.
Per di più era il 1970 e la tecnologia anche in campo medicale non era poi così avanzata.

E’ vero… eravamo da poco stati sulla Luna ma, al mio paese, c’era a malapena un piccolo ospedale e una ancor più piccola clinica dove io sono nato.

Il problema fu che ero nato con due mesi e mezzo di anticipo e, con poche speranze da parte di tutti, medici compresi, fui infilato subito in una improbabile incubatrice di vetro. E lì dentro, al caldo, in una torrida estate del 1970, ho dovuto passarci 3 mesi con forti rischi per il mio udito e per la mia vista. In quegli anni, infatti, quei pochi prematuri che resistevano poi, con la crescita, avevano altissime probabilità di sviluppare lesioni agli occhi o alle orecchie.

Insomma, sembrava che le cose si mettessero davvero male per me. L’inizio non era proprio dei più promettenti ma, contro ogni pronostico, superai quel periodo. Nessuno ci credeva, ma l’universo complottava per il mio successo.
Perché vi racconto questo? Perché questa storia ha scolpito in me la convinzione che se ero riuscito a superare momenti così difficili, in una condizione così fragile da neonato, allora potevo davvero affrontare qualsiasi cosa nella mia vita! Ed è con questo spirito che sono cresciuto, quasi sfidando la vita e dicendole: “Cara mia, con me avrai vita dura!” Ed effettivamente, hanno avuto vita dura i miei genitori che, se da una parte mi hanno coccolato e protetto, dall’altra parte hanno dovuto usare tutta la loro pazienza, severità e fermezza verso un figlio con una convinzione del genere in testa. Ero pur sempre un frugoletto fragile, che avendo sofferto sin dalla nascita, aveva bisogno di cure e attenzioni continue. E quindi, sono stato per lungo tempo – come si dice dalle mie parti – il cocco di famiglia, quello da proteggere, difendere e coccolare.

Poi però, una volta cresciuto, sono diventato davvero tremendo e del frugoletto fragile e indifeso non era rimasto più nulla. Ero diventato, come mi chiamava mio zio, il “tempesta“!

Ma come sempre accade in queste situazioni, la vita poi ti mette alla prova, giusto per farti capire chi comanda davvero. E infatti, nella mia vita già da piccolo, ho avuto due lutti importanti: la mia zia preferita che mi faceva da seconda mamma, con la quale passavo gran parte del mio tempo durante l’infanzia e mio nonno materno al quale ero molto molto affezionato. La mia zia Luisa la ricordo ancora oggi, con quel viso bello, solare e sorridente. Era un po’ grassottella, morbida e accogliente. Faceva la maestra d’asilo e il suo lavoro le piaceva davvero tanto, si impegnava con gioia e dedizione e trasmetteva a tutti il suo entusiamo! Io andavo a scuola con lei ed ero felice, finché un giorno all’improvviso se ne è andata, colpita inesorabilemente da un ictus. Furono giorni terribili per me: per la prima volta a contatto con la morte, per di più di una persona a me davvero cara. Mi ricordo che mi arrabbiai moltissimo con i miei genitori perchè mi impedirono di vederla. Urlai, piansi, mi disperai. Ma fu tutto inutile. E per molto tempo mi sono portato dentro un vuoto tremendo.

Il mio nonno materno Francesco, che io chiamavo nonno Franco, era un uomo minuto con tanti capelli di un bianco candido che sembrava latte. Oggi, da adulto, posso dire che amava profondamente la sua famiglia e più di tutti amava sua moglie, la mia nonna. Ho sempre avuto la sensazione, da piccolo, di avere davanti un uomo tranquillo e mite. Ma in realtà, visto con gli occhi di oggi, ritengo che fosse un uomo forte, determinato e in pace con se stesso. Da piccolo gli ho sempre voluto un gran bene. Custodisco gelosamente il suo ricordo anche grazie ad una coppola, che da bravo siciliano mi regalò, e ad alcuni suoi strumenti di lavoro. Mio nonno era un chirurgo. E conservo di lui una bellissima lettera che mi spedì per posta quando ancora ero un bambino. Una bellissima lettera dove mi ha scritto della vita, dello studio, del lavoro. Ancora oggi, ogni tanto, la prendo, la apro e apprezzo quella meravigliosa calligrafia di altri tempi, quelle frasi, quelle parole che oggi usiamo così poco. E poi… che emozione ogni volta! Ancor di più ricordo un uomo sorridente, piacevole con un grande amore per la famiglia, il suo lavoro e il suo grande hobby: l’elettrotecnica. E vi potete immaginare come mi sono sentito quando, i miei genitori, mi dissero della sua morte. Anche lui colpito da un ictus. Era a casa sua, in Sicilia, e durante la notte si sveglia. Si rende conto di quello che accade. La mia nonna si sveglia e gli chiede che sta succedendo. E lui semplicemente dice: “Ho avuto un ictus. Non possiamo farci niente. E’ inutile che chiami una ambulanza.” Furono le sue ultime parole.

Arrivarono i figli, tra cui mia mamma, ma non ci fu nulla da fare. Dopo tre giorni, mio nonno ci lasciò con la stessa delicatezza che aveva verso gli altri ogni giorno: con amore, tranquillità, lasciandosi andare senza disperarsi a ciò che era. Io, purtroppo, insieme a mia sorella ero a Napoli, dove vivevamo. E non sapemmo nulla finché non tornarono i miei genitori. Potete solo immaginarvi i pianti e la disperazione e, ancora, la rabbia per non aver saputo nulla fino a quel momento ed il rammarico e la profonda tristezza di non esserci stato al suo funerale. E ancora oggi, quando vado in Sicilia, che sia per lavoro o per svago, faccio in modo di passare dalla sua tomba, per rendergli omaggio e dirgli grazie!

Questi eventi, dunque, mi hanno segnato.

Ma ancora di più, forse perché storia più recente, mi hanno segnato ormai da adulto le due separazioni dolorose: dalla mia prima moglie e poi dalla seconda moglie con la quale ho una figlia. Quest’ultima è stata l’esperienza più dolorosa e difficile che ho dovuto affrontare.
Un lungo periodo di crisi di vita, di ideali, valori e convinzioni. Una crisi alla quale si è aggiunta una forte difficoltà economica e molti problemi al lavoro, con situazioni difficili, forse anche al limite del mobbing.

Le crisi e i problemi, come suol dirsi, non arrivano mai soli. E, come dico sempre io, così come arrivano tutti insieme, allo stesso modo tutti insieme se ne vanno.

Ma crisi è stata. E non è stato affatto semplice. Una crisi così forte e violenta che ho impiegato davvero tanto tempo, tanta fatica e tanto dolore per superarla.
Ho lottato su più fronti. Per me, per mia figlia e per il lavoro.

E’ stata dura. E’ durata tanto la mia battaglia ma oggi, se mi guardo indietro, sorrido felice e penso soddisfatto di aver fatto davvero un bel percorso di crescita e di cambiamento.

Avevo dei grandi nemici: il dolore, il rammarico, la delusione, la rabbia, la paura. Ma ho avuto anche degli alleati fortissimi.
Ho avuto dei veri campioni di lotta corpo a corpo con la vita, di esperti di altri punti di vista, di professionisti del perdono, di campioni mondiali di leggerezza e divertimento. Insomma, io ce l’ho messa tutta e avevo con me un esercito alleato davvero temibile.

Avevo con me i miei genitori e mia sorella e mio cognato che mi hanno dato solidità.

Mia figlia che mi ha dato amore, fiducia e capacità di apprezzare quello che ero e che avevo.

I miei amici che sono stati un approdo sicuro durante la tempesta e sopratutto mi hanno regalato svago, leggerezza e divertimento!

E poi ci sono io. Con le mie scelte, sono riuscito ad utilizzare tutte le risorse che avevo e quelle che arrivavano in mio soccorso. E già questo non è stato poco!

Ed oggi che ho vinto questa battaglia, voglio evitare o almeno rendere più leggero a tutti voi il peso di un percorso così faticoso e doloroso.
Che il cambiamento sia subìto o voluto, è necessario prima di tutto fermarsi. Scendere dalla giostra e domandarsi: “Ma io dove voglio andare?” E dopo aver risposto a questa domanda bisogna chiamare a raccolta i propri valori fondanti, le risorse che abbiamo a disposizione e quelle di cui abbiamo bisogno.
E poi partire con forza e determinazione, perché la strada è in salita, piena di buche, di curve e di ostacoli improvvisi. La strada è lunga e impervia.
Ma attenzione: no scorciatoie, perché ogni percorso di crescita, affinchè sia duraturo, ha bisogno di tempo, di errori e di fatica.

Allora che serve? Ciò che serve è avere fiducia in quello che si sta facendo per non sentirsi mai persi durante il percorso.
E, giorno dopo giorno, costruire il piano d’azione verso il proprio benessere.

 

di Salvatore Savarese

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